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Dan Flavin

Aggiornamento: mar 3

Prendete una villa storica sulla sommità di una collina, metteteci un proprietario illuminato che ha la passione per l'arte contemporanea americana e una serie di sale bianche; il risultato? Capolavori di luce e colore a Villa Panza a Varese.


Oggi vi parlo dell'artista che ha fatto del neon la sua firma: Dan Flavin.





Nato e cresciuto nel 1933 nel Queens, a New York, in una devota famiglia cattolica romana, entra in seminario a 14 anni col fratello gemello David, per poi arruolarsi nell'aeronautica americana, formandosi come tecnico meteorologico. Si avvicina all'arte proprio in questo periodo, realizzando acquerelli su carta di riso, ispirati a scrittori e artisti, densi di citazioni.

Ma come si passa rapidamente da una delle tecniche più classiche alle installazioni al neon?

Basta un incontro, quello con Sol LeWitt, artista concettuale e minimalista.

I due si incontrano tra le sale del Guggenheim e del MoMa, dove Flavin lavora come custode.

E Flavin non si fa scappare l'occasione, lo interroga, lo segue, prende appunti e sposa appieno il suo concetto di arte.



Icon VII, 1962

Così, all'inizio degli anni '60 si approccia al mondo dell'arte con la serie Icons, dipinti monocromi quadrati su cui posiziona lampadine, una sorta di riflessione sulle icone sacre e sulla luce divina. Infatti le icone russe - solitamente collocate negli angoli delle stanze - secondo i cristiani ortodossi, oltre ad essere una finestra verso il divino, sono in grado di illuminare il cammino del fedele.

Nel 1964, realizza Monument for V. Tatlin, uno degli esponenti più conosciuti dell'avanguardia: gruppi di elementi verticali di neon di lunghezze diverse, si elevano in altezza, giocando con la parente di fondo; ovviamente Flavin omaggia il Monumento alla Terza internazionale (1920) mai realizzato dall'artista russo.


Monument for V. Tatlin, 1964

Vladimir Tatlin e un modello del suo Monumento alla Terza Internazionale, Mosca, 1920.

Molte dei suoi lavori sono dedicati ad artisti, amici, familiari, come Untitled (To Dan Judd, Colorist), tributo all'artista minimalista oppure Greens Crossing Greens (to Piet Mondrian Who Lacked Green), una scultura di neon verdi incrociati quasi a formare una scacchiera, dedicata a Mondrian, uno dei primi artisti minimalisti che ha - tuttavia - lavorato solo con colori primari, snobbando fortemente il verde.



Greens Crossing Greens (to Piet Mondrian Who Lacked Green), 1966


Come lavorava?

Una delle caratteristiche (e soprattutto furbizie) del suo lavoro era quella di progettare su carta le opere, che venivano poi realizzate solo quando venivano acquistate o gli veniva fornito un luogo dove installarle. Per farvi capire la mole di schizzi lasciati da Flavin: ci sarebbero ancora oltre 1000 sculture pronte per poter essere "illuminate"!


Flavin ragiona sulla luce (un elemento imprescindibile per qualsiasi artista) e sull'impermanenza delle cose.

Se ci pensate bene, un'opera d'arte nasce per essere eterna; le sue sculture di luce invece, una volta spento l'interruttore non esistono più e, soprattutto, il neon si spegne lentamente, cambiando giorno dopo giorno la percezione che abbiamo dell'opera, diventando sempre più flebile.


Quali opere di Dan Flavin ci sono in Italia?


Partirei con l'ultima installazione che ha realizzato due giorni prima di morire: l'illuminazione della chiesa di Santa Maria Annunciata a Milano, definita da lui stesso: "il suo grande testamento".

Nel 1996, su invito del Reverendo Giulio Greco che aveva restaurato la chiesa parrocchiale costruita nel 1932 da Giovanni Muzio, Flavin progetta Untitled, una serie di sistemi di illuminazione che si snoda lungo tutto la navata, fino a condurre l'occhio dell'osservatore verso l'altare. Flavin gioca con colori che ricordano la progressione naturale della luce, oltre a indicare il significato simbolico di ogni parte dell'edificio: azzurro per la volta (serenità del paradiso), giallo oro per l'altare (gloria divina), violetto per parte della navata (Passione di Cristo).


Untitled, 1997, Santa Maria Annunciata, Milano.

Ma come fa un prete di periferia a conoscere un'artista di fama internazionale?

Don Giulio vede le sue opere a Villa Panza a Varese e pensa subito che siano perfette per valorizzare la sua chiesa e, soprattutto, donare una speranza fatta di luci e colori al quartiere Chiesa Rossa.

E quale opera lo colpisce? «Gli scrissi che a villa Panza avevo visto come aveva illuminato il dolore per la morte del fratello gemello in Vietnam e volevo che illuminasse con una luce di speranza anche il nostro quartiere», così racconta il reverendo.

Flavin lavora " da remoto", si fa inviare foto e documenti della chiesa, costruisce un modello e progetta l'installazione che verrà poi completata l'anno dopo grazie a Fondazione Prada.


Villa Panza è stata la casa di Giuseppe Panza di Biumo, attento collezionista di artisti contemporanei americani, con una passione per il colore e la luce. Ovviamente le sculture di Dan Flavin non potevano essere escluse dalla lista delle oltre 150 opere ospitate nelle stanze dell'immenso edificio, anzi, l'artista ha operato in ambienti modificati apposta per lui.

Il lungo corridoio di quelli che erano prima i rustici della villa, è illuminato da 207 tubi neon, (luce verde, rosa, gialla) che donano una percezione distorta dello spazio, accompagnandoci alla scoperta delle altre opere celate all'interno delle stanze.

La luce può svolgere due funzioni: espandere o rimpicciolire lo spazio, dipende dal colore che emana.

Questo lo si percepisce Untitled (1987), cinque neon blu e violetto, collocati su un reticolato di ferro quadrato; se invece entriamo nella stanza con Monument 4 for those who have been killed in ambush (to P.K. who reminded me about death), siamo colpiti da questa scultura di neon rossi, posta nell'angolo, a metà altezza e non possiamo fare altro che trattenere il fiato ed immergerci nel dolore della morte violenta per guerra.


Monument 4 for those who have been killed in ambush (to P.K. who reminded me about death), 1966

Non è stato semplice per Giuseppe Panza portare avanti la sua idea di collezionismo.

Un po' perchè Dan Flavin aveva un caratteraccio: burbero, scostante, solitario. Quando gli venivano chieste spiegazioni in merito alle sue opere, lui rispondeva con un secco: «It is what it is and it ain’t nothin’ else» (è quello che è e non è nient’altro).

Un po' perchè i cittadini di Varese non capivano le scelte del collezionista.

«Se voglio un Flavin vado dall’elettricista, mi compro una lampada e me la metto in casa», questo è ciò che gli dicevano prendendolo in giro.

In effetti Flavin non era molto quotato quando era in vita.

Ora le sue opere valgono dai 500 ai 700mila dollari.


L'idea dell'artista americano è quella di partire da un'unità di base (in questo caso il tubo al neon fluorescente) e riprodurla più volte, moltiplicandola, dimezzandola, traslandola a seconda del progetto, articolando il tutto in composizioni potenzialmente infinite.

Non più di nove colori e non più delle quattro misure standard reperibili sul mercato: questo è tutto.


Usa lampade fluorescenti vendute in commercio, fatte in serie, di diverse dimensioni, che tutti possono trovare in negozi comuni.

Gioca coi colori, con le forme geometriche, ci costruisce scale, recinti; ricordano castelli di carte, di fiammiferi, il famoso gioco degli shangai di legno.

Il bianco è il colore che predilige. Ma non tutti i suoi bianchi sono uguali: freddo, caldo, luce diurna, morbido.

Potremmo realizzare anche noi queste installazioni? Un tempo sì.

Ora queste lampade non sono più in commercio; le sue stanno "svanendo": dobbiamo fare i conti con l’obsolescenza, la durata delle lampade, che varia da 5000 a 60.000 ore. Possiamo quindi dire che sono opere nate per morire.



Se volete immergervi nelle sculture di luce di Dan Flavin, vi aspetto per la visita guidata in primavera a Villa Panza, scoprirete un nuovo modo di vedere - e vivere - luce, colore e spazio, elementi che da sempre gli artisti di tutte le epoche hanno sfruttato, analizzato e riproposto.



"Uno potrebbe non pensare alla luce come un dato di fatto, ma io sì. Ed è, come ho detto, un'arte semplice, aperta e diretta come non troverai mai".


#danflavin #lightart #villapanza #chiesarossamilano

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Maria Lai